Nessun uomo o amore è illegale!

Oggi non parlo di me e non intendo usare nemmeno la mia consueta ironia.

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Oggi vorrei parlare di chi anche a Natale non può avere pace, parlo di Alia e ALì, soprannominati i “Romeo e Giulietta” ma per me restano semplicemente Alia e Alì, sbarcati a Lampedusa un mese fa ora separati da sbarre, la loro storia è reale, la sofferenza si tocca nei loro occhi, la puoi vedere e non la puoi cambiare.

In  questi giorni a Roma c’è la fiera, tra traffico, rotonde e ultimi regalini di natale, milioni di romani che la frequentano non sanno che dietro al muro del Cie c’è la sofferenza che gli abita di fianco. Altrettanto ignari sono migliaia di passeggeri che prendono il trenino per andare all’aeroporto di Fiumicino. Alla stazione “Fiera di Roma” passano proprio davanti al Cie. Vedere oltre quel muro alto e grigio, circondato da telecamere di sorveglianza. Dentro si allineano file di sbarre ricurve, costruite per impedire la fuga arrampicandosi, e lampioni per illuminare di notte e non fare calare mai il buio, con le finestre delle camerate che non hanno oscuranti. Per ‘sicurezza’ chi si trova in un Cie per 18 mesi ha la luce perenne, anche quando vorrebbe provare a dormire.  Non c’è privacy nel Cie. Tutto deve essere spiato, controllato, trasparente.

Alì e Alia sono due giovani tunisini e si conoscono da dieci anni, si sono innamorati e sposati  contro il volere della famiglia di lei. Hanno 34 e 29 anni. I fratelli di lei l’avevano promessa in sposa a un uomo che lei non conosce. Alì era andato da loro a chiedere la sua mano. La risposta della famiglia di Alia è stata la violenza e la segregazione in casa della donna. I suoi fratelli le hanno inflitto una grande ferita sul braccio, ferita ora che si è rimarginata, mentre quella nel cuore resta aperta e sanguinante. Sono riusciti a scappare. Unica strada per la salvezza affidarsi al Mediterraneo, perché dalla Tunisia è impossibile avere un visto di soggiorno.

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Alì rischia davvero di perdere tutto. Insieme salgono sulla barca della “salvezza” e dicono addio ad una vita stretta che non gli appartiene. Rischiano la morte in mare. La provvidenza li fa sbarcare sulle sponde gelide e invernali italiane. Il 29 novembre toccano terra. Quante speranze. “L’Europa è la patria dei diritti umani, della democrazia”.

L’illusione di una vita libera e felice dura pochi giorni. Arrivano al Cie, per chi non lo sapesse è il Centro di Identificazione espulsione italiano, prima denominato Centro di permanenza temporanea. Tutti gli immigrati vengono “ospitati” parola usata dal Ministero dell’interno. Alì e Alia sono trattenuti al Cie dai primi di Dicembre, sono divisi, lei nel reparto femminile, lui alla sua sinistra in quello maschile. In gabbia. Separati da pochi metri, da sbarre, corridoi, lucchetti, porte blindate, separati e divisi, come se non fossero tutti fratelli, come se non fossero tutti uniti dallo stesso amore. Il Cie è il carcere speciale per i tanti “nessuno”. Sono lì apparentemente perché non se ne conosce l’identità. Il Cie è la macchina rotta dell’identificazione e del rimpatrio, che nella metà dei casi non avviene.

Arriva il 23 dicembre. Nella sezione maschile è in atto da tre giorni la rivolta delle bocche cucite. In 15 hanno le labbra chiuse a sangue, con ago e filo improvvisati, per dire basta a un “luogo disumano”. Due li rimpatriano ugualmente.l43-immigrati-131223111149_medium

 

 

Immigrazione :Cie Roma, dopo bocche cucite sciopero fame

 

Quel giorno Alia prende le lenzuola usa e getta che foderano i materassini, legate strette quelle lenzuola diventano un buon cavo. Buono per impiccarsi nel bagno della propria cella. “Stanza” secondo il ministero e gli enti gestori dei Cie. Alia è stata fortunata. Le compagne di cella l’hanno trovata in tempo. E’ stata soccorsa e portata in ospedale. La sera del 24 dicembre era di nuovo rinchiusa nel Cie.

Da suicida fallita può essere ancora “trattenuta”. Alì le ha parlato per un’ora. Tanto dura il colloquio. Grazie all’impiccagione ora possono parlare un’ora tutti i giorni. Anche se non è detto, perché nel Cie non esiste un regolamento, dei diritti chiari ai quali appellarsi.

“Alia sei proprio stupida. Dopo tutto quello che abbiamo passato e sofferto, tu mi abbandoni, mi lasci da solo?” dice Ali. “Habibi, amore mio, morirò sia qua che là”, risponde lei. “Alia tu muori tranquilla e chi rimane a soffrire qui sono io? – non si capacita Alì – Non è questo l’amore che aspetto da te”.
Intanto dentro la protesta continua. Dopo le bocche cucite, arriva lo sciopero dei materassi. Li hanno portati tutti fuori nel grande corridoio centrale, dove non c’è il tetto. E nella notte di Natale hanno dormito sotto le stelle del cielo romano, “al freddo e al gelo”. Dopo tutto sono “ospiti” non desiderati del ministero dell’Interno. Non sono “ospiti” di Roma.

Alia ha visto troppe volte la morte in faccia, a casa sua, nelle acque fredde del Mediterraneo, nella sua cella e sa che se torna a Tunisi non può sfuggirle ancora. Alia sperava in una vita migliore, sperava nell’amore. Quando ti viene tolto tutto non sai più per cosa lottare e decidi di terminare con tutto e tutti. Alia è una donna innamorata che non riesce più a sorridere. Nemmeno Shakespeare avrebbe potuto scrivere una tragedia così toccante, nemmeno io avrei mai immaginato di parlare ancora oggi, di mancanza di diritti.

In questo periodo natalizio vorrei pregare e sperare per il destino dei trattenuti. Vorrei sperare che questi centri cambino e non vi regni più quell’incertezza che fa a pugni con lo Stato di diritto.

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