Tanti auguri a Wes Anderson!

Oggi vorrei essere un personaggio di Wes Anderson, e cantargli Buon compleanno, con un pasticcino Mendl’s tra le mani.

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È prassi poco inusuale andare al cinema a guardare un film ed uscire dalla proiezione assolutamente “intatti”, senza provare alcuna emozione, come se nulla fosse stato. Oppure, può capitare di emozionarsi per il tempo esatto della visione. Infine, sul versante opposto (e questa è, con buone probabilità, la prassi meno comune), accade di lasciare un pezzo di cuore nell’universo finzionale creato dal regista. Sensazione che non è detto si estingua dopo la prima visione, anzi, spesso, accade esattamente il contrario.

Questo è ciò che avviene a me alla visione di ogni film di Wes Anderson, ma, non sono una sua fan sfegatata, anzi, sarò sincera, io l’ho conosciuto così:

Poi è partita, sulla poltrona verde del mio salotto la maradona malinconica romantica che percorre tutti i suoi film. Bizzarri, raffinati e girati con una tecnica strepitosa, dall’uso dei colori alle inquadrature, agli spazi immensi e ai continui richiami al teatro, alla pittura e alla fotografia, ai suoi rallenty, i movimenti di macchina precisi e “rotanti” e le sue inquadrature sempre geometricamente perfette e simmetriche. L’utilizzo delle musiche, della divisone in capitoli, della cura per i particolari e dei  colori pastello. Racconta sempre storie strampalate, con personaggi eccentrici e invischiati in storie d’amore che si mischiano tra fumetto e feuilleton. Il  Grand Hotel Budapest, racconta vite vissute allegramente e tragicamente. Eroicamente e indegnamente. Ai margini di una guerra, che assomiglia più a una comprimaria, che non a una protagonista capace di orientare e  condizionare destini. Non è tra i suoi migliori film, ma ci catapulta ugualmente in un’altro mondo, e lo fa  dal principio, ci troviamo davanti al miracolo dell’invenzione, prodotta dalla fantasia eccezionale di un artista, che quasi ti fa scoppiare di gelosia, ed esclamare “VORREI ESSERE PIù PAZZO DI LUI!”.

grand-budapest-hotelSeduta al buio, in una sala anonima, con l’odore dei pop-corn che fa borbottare lo stomaco, il rumore della porta che si chiude, i granelli di polvere che svolazzano, il tizio al tuo fianco che ti abbagglia con Candy Crush e, dopo 5 minuti, dimentichi tutto, sei lì, sei la ragazza con il libro in mano che inizia a leggere una storia bizzarra, una storia romanzata a sua volta, da uno scrittore solitario, raccontata poi da un proprietario d’albergo misterioso, e così via, Anderson crea un mondo magico e surreale, romantico ed unico. In questo film non troviamo nessun messaggio d’amore, ma si analizza la famiglia. Dal protagonista Zero, orfano, immigrato, figlio perduto, “altro” è Gustave, figura paterna da rispettare e imitare, e lui come famiglia sceglie l’Hotel, non più solo un edificio da gestire, quanto il sistema affettivo di riferimento, fatto di gerarchie, componenti e incomprensioni. Un’avventura, un thriller, una commedia, chiamatela come volete, una pellicola singolare, che dura 100 minuti, che non voglio raccontare, perchè c’è solo da guardare.

Vorrei essere un personaggio di Wes Anderson, stralunato, buffo, ma profondamente legato alla realtà, a quella vera, a quella che ti fa esclamare: “Resta ancora qualche barlume di speranza in questo mattatoio che si chiama umanità…”. Vorrei essere un personaggio che non ha paura di vivere, e non una delle stanze del Gran Budapest Hotel, testimone di una storia incompiuta, che cova speranze, cerca sesso, insegue ricchezze, imbroglia attenti o perfidi  tutori della legge, perfino sparando. Un non luogo e una non terra, forse perfino una non realtà, che sopravvive a se stessa.

Il Grand Budapest è un hotel nella nostra testa, nella nostra vita. È un hotel dove tanti arrivano, e molti se ne vanno, ma il ricordo di ciascuno di loro resta ospite a vita, anche se nella stanza più piccola e umile. È la magia della nostra immaginazione, l’unico luogo che niente e nessuno può portarci via : né una crisi economia, né la malattia . E Wes Anderson colora e riempie per noi questo meraviglioso luogo, invitandoci a curare sempre il nostro, di Grand Budapest Hotel, perché solo la malinconia tiene in vita il gioioso passato.

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