La consapevolezza che alcune cose non si dicono, si fanno e basta.

Rieccomi di nuovo a combattere con i miei risvegli, con un’anima viziata, e con l’accendino e la sigaretta tra le dita. Questa volta però, ho deciso di farmi male. La scritta: “Nuovo viaggio”, sul mio salvadanaio è soffocata da un paio di libri, tutti i miei spicci tintinnano la notte nei distributori automatici. Fumo da sola, tra i campi verdi, perché l’aria pulita e limpida della montagna mi pizzica il cuore e mi riporta bambina. Fumo più veloce del vento, contro il tempo, e ogni sospiro è un invito alla rughetta sotto la pupilla. Per disegnare i solchi e le crepe agli angoli degli occhi, quei graffi che ti ricordano quando ti svegli alle 7:00 del mattino, e senti l’ossigeno abbandonarti pian piano.

Stesa su un letto, tutto bianco a fissare le tende albine coprire il mare blu. Sei viva, bella, ma non hai ossigeno, sei sola, stanca. Incalzi la polvere sulle piastrelle fredde, e ogni passo risveglia il sangue che colora il tuo angioma vinaccio sulla gamba destra. Allora rieccomi, sveglia in una visione, rieccomi bambina anche con le onde blu e l’odore di salsedine.

Perché ci sono cose che non si possono spiegare. E anche se lo si potesse fare non sarebbe giusto farlo.

Riecco quella bambina che si arrampica sugli alberi come i migliori trapezisti, schiaccia a piedi nudi le formiche sul tronco e mangia gelsi
83bff9027ab9bae25b4228ab5b9f98e3 ogni pomeriggio. Sta lì a quadrare il sole colare giù, mentre colava anche tutto il succo di questi frutti violacei tra le dita, e lungo il braccio. Un morso, una sola dentata e anche le labbra si colorano di viola. Questa bambina restava ferma, nascosta tra le foglie a strappare ogni piccola gelsi, per colmare i pugni e stringerli forte. Per poi dipingersi anche l’altra gamba color vinaccio, e colorarsi il viso come i nativi americani, perché quelle come lei non sono trapezisti, non sono ammaestrate, tanto meno domabili, loro sono selvagge, con gli occhi grandi e i capelli corvino, proprio come  Bagheera. “Tutti nella giungla la conoscevano e nessuno osava attraversare il suo cammino; perché era astuta come lo sciacallo, coraggiosa come il bufalo selvatico, e scatenata come un elefante ferito. Ma aveva una voce dolce come il miele selvatico che cola da un albero, e la pelle più morbida del velluto.

Ci sono ricordi lasciati lì, immobili. Soli e solitari. Segreti. Altezzosi e sopravvalutati agli occhi di chi, distrattamente, li trova quasi banali. Gesti. Parole. Odori. Luoghi. Angoli. Ci sono cose teatrali, egocentriche, rassicuranti, erotiche, oltraggiose, arroganti, viziose, eccessive, cose come me. Che camminano a piedi nudi sotto la pioggia, con la pelle bianca e l’ombrello alla rovescia. Ci sono cose, come una donna che colora di rosso le labbra allo specchietto retrovisore prima di accendere il motore, bacia il labbro superiore e poi quello inferire. Questo, è  uno di quei gesti che non si possono – e non si devono – spiegare. Gesti che vanno lasciati lì, immobili. A ricordare il sapore delle gelsi sulle labbra, l’imbrattarsi dei denti e delle mani. Come si fa con la sabbia, con la poesia. Con gli uomini che amiamo. Senza l’ostinazione di voler capire un perché, che non esiste. Ma con la ferma consapevolezza che alcune cose non si dicono, si fanno e basta.

Ci sono bambine, donne, che imparano a perdonarsi perché diventare grandi vuol dire proprio questo. Capire che la colpa non sempre serve e che può esserci molto più coraggio e molta più speranza e molta più forza nell’accettare ciò che è stato, anche sbagliato. Per non dimenticare di essere uniche e selvagge, eroiche ed erotiche, per tenere sempre accesa quella scintilla che ti fa sorridere anche quando alle 7:00 del mattino non hai ossigeno. Perchè la fantasia non è solo dei bambini, la fantasia è passione, rossa viola piena e fragile, proprio, come le mie gelsi.

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