Quella cosa per tenerci e non vederci

donna finestra

Non scrivo, lo so che è da parecchio, sarò villana forse, ma la verità è che io lo faccio spesso, scrivere, solo nella mia testa, oramai da molti giorni. Molti.

C’è un istante. Ed uno soltanto. Una minuscola frazione di tempo. In cui accade che la notte, in cui ti senti matta e te ne stai con gli occhi sbarrati a fissare il soffitto, ti sale la voglia di risentire il “tic tic” dei tasti sotto le dita, ti accendi una sigaretta e sposti lo sguardo dall’altra parte, c’è lui o solamente un lenzuolo sgualcito, e quell’istante in cui ti senti sola -ed è così che dovrebbe essere la solitudine- piena, che ti fa posare le palpebre verso il basso e morire nell’oscurità con la paura di leggere e capire tutto quello che hai.

Perché quando meno te lo aspetti succede, accetti te stesso e decidi di cambiare.

Quando sei lì con il mare dentro agli occhi e un cucchiaino in mano che rotea, rotea, rotea senza mai scogliere lo zucchero nel tè. Quando meno te lo aspetti i cappelli crescono, il culo cede, l’auto non parte. Quando meno te lo aspetti prendi la decisione più grande della tua vita, o della giornata o anche delle ultime tre ore, succede che lo fai, un automatismo e phuff, “cazzo è successo!”

Succede che più che cambiare, semplicemente accetti te stessa, con tutta la musica di merda che ascolti o i film che guardi, con tutte le bugie che racconti e le insicurezze che ti si annidano attorno ai polsi. È successo e non puoi farci niente se poi alla fine sei proprio tu che non ti piaci, o forse ti spaventi e ti fai paura.

Ogni poeta vende i suoi guai migliori, le sue contraddizioni, i malumori, i cambi d’umore improvvisi.

Ogni artista vende le sue visioni.

Ogni donna vende il suo corpo, la sua bocca e le sue due braccia che si avvolgeranno attorno ad un collo.

Ogni uomo vende il suo posto sotto la sua spalla e sotto il cuore.

Non scrivo, lo so che è da parecchio, ma non sarò villana, stanotte non mi gioco nessuna parola romantica, perché io cazzo, la mattina mi sveglio arrabbiata. Ma ci si abitua a tutto. Con una minima distrazione l’incazzatura mattiniera neppure te la ricordi più. Distrazione, e sarebbe più corretto se la chiamassimo “occupazione”, quella cosa che commettiamo per tenerci e non vederci. Ma che significa? Significa che siamo distratti. Una generazione di persone affette dal deficit d’attenzione. Ecco cosa siamo diventati. Annoiati, da tutto e a volte persino da noi stessi. Indifferenti – all’umanità, all’orrore come alla bellezza, all’arte – e anche all’amore. Crediamo che fuori dalla finestra, che abbia le tendine o uno schermo a led, ci sia sempre qualcosa di più luminoso, brillante ed euforico. Ci teniamo stretti stretti ma non riusciamo a capire cosa siamo. Un mucchio di superficialità che governa prima il nostro fare e poi il nostro pensare.

Forse un giorno ci proveremo a seguire un’idea, un ideale, un sogno, una speranza, un amore, anche a un singolo oggetto. A seguirlo o a prendere in considerazione la possibilità che lui segua noi, senza che la cosa ci spaventi. Dovremmo sperimentare la bellezza del curare, perché accudire vuol dire amare. Del perseverare. Dello scegliere, che presuppone per la sua stessa etimologia separarsi da qualcosa. Saper lasciare senza rimanere col culo rotto. Sfociare insieme e magari anche naufragare, anche quando si rimane deviati, trasformati e un po’ muti, senza una madre, un fidanzato, un’amica, una mano o un abbraccio, senza una maledettissima abitudine che ci faceva sentire NOI STESSI.

Ogni me stessa vende la notte in cui rimbocca le coperte al suo prossimo sbaglio.

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