Nessun immigrato è cibo o merce

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In questi giorni l’Italia si prepara per l’Expo, per diventare un paese grande, ospitale, “nutriente“; ma l’unica cosa che sembra mangiare la nostra nazione, sono i morti, in un mare d’indifferenza e commenti razziali.

Viaggiare è sempre stato un diritto dei sognatori. Mio nonno partì negli anni sessanta dal sud, dall’Irpinia. Andò in Germania con un paio di pantaloni rotti, le mani ruvide e il viso cotto dal sole pieno di lentiggini. Mio nonno aveva i capelli rossi e non sapeva scrivere, ma in Germania ci arrivò, in treno, comodo, anche se dovette dividere la cuccetta con altri cinque italiani, con un siciliano che gli insegnò a giocare a briscola. Oggi in Italia non c’è nessun nonno libico, non sono ancora padri, partono giovani e senza mogli, sono solo dei figli, e alcuni di loro hanno appena compiuto 10 anni, non viaggiano in treno e non giocano a briscola. Perché sui barconi della speranza, quelli che attraversano il Mediterraneo con 700 o 900 persone a bordo, non c’è spazio neppure per una borsetta. La tua vita devi lasciarla indietro.

Il viaggio è una scoperta, e l’uomo europeo lo sa, nessun tedesco, inglese o francese viaggerà in condizioni disumani. Un italiano può scegliere una costellazione di mezzi di trasporto, cambiano secondo l’esigenza: si prende il treno, l’aereo, la macchina, la nave da crociera e c’è chi decide di girare l’Olanda in bicicletta. Per chi viene dal sud del mondo il viaggio è una linea retta.Una linea che ti costringe ad andare avanti e mai indietro. Si deve raggiungere la meta come nel rugby. Non ci sono visti, non ci sono corridoi umanitari, sono affari tuoi se nel tuo paese c’è la dittatura o c’è una guerra, l’Europa non ti guarda in faccia, sei solo una seccatura. Sei alla mercé di un destino nefasto che ti condanna per la tua geografia e non per qualcosa che hai commesso, viaggi su carrette, tra scafisti e squali pronti a farti a pezzi, predatori che non vivono solo in mare, ma che investono per te in terra.

Un immigrato è merce. Solo il trafficante piangerà il guadagno perso, perché nessun altro è sceso in piazza per protestare. Bilal, Amir e Aicha, sono siriani, libici o ciadiani. Sono persone, vittime di una “tragedia”, parola fuori luogo. Oggi, dopo venticinque anni, dopo i primi sbarchi del 1989, si parla di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane, che gira la faccia e si tappa le orecchie senza nessun rimorso, lasciando spazio ai mafiosi, ai razzisti, ai disumani.morto-sabbia

Vi siete mai chiesti se voi non ci foste più?

Se ve ne andaste all’improvviso, se vostro padre una notte vi portasse con lui su una barca piena di persone, dove non puoi dormire perché rischi di cadere giù, in acqua, dove non puoi tornare indietro a riprendere il tuo cagnolino o salutare il tuo amico.

Il mondo, come reagirebbe se tu non ci fossi più?

Qualsiasi cosa immaginiate è sbagliata. Mai avresti pensato di leggere commenti di gioia per la tua morte, per te che non hai mai commesso un crimine, per te che non hai mai mangiato barrette di cioccolato tutto il giorno comodo sul divano, mentre guardi Maria De Filippi alla TV. Non c’è niente di romantico nella morte. Nessun uomo merita la fine.

Il lutto è come l’oceano, profondo, scuro, pieno di bambini che diventano cibo per pesci, pieno di morti senza gloria e storia.

Non commettiamo più nessun gesto di bontà, l’unico gira tra i vari status di Facebook, in mezzo ai commenti della nuova puntata di Game of Throne, commenti di sdegno, ma non per i morti, quelli oramai non ci sono più, i commenti sono per i politici e per i cantanti, per quelli che hanno esternato il loro sollievo alla notizia, perché gli “immigrati” dovevano ospitarli a casa loro. Non c’è più la bontà, non è più considerato un sentimento, e se ti appartiene, sei falso. Nessun uomo è perfetto, e se cerchi nella tua umana imperfezione di cambiare le cose sei giudicato, inutile. I morti in mare, son visti da lontano, in modo miope, e, cosa peggiore, son più di 900, alcuni erano rinchiusi nelle stive, perché considerati “umanamente inutili“.

Profugo“, “clandestino” sono termini che diluiscono la specificità umana, creando una distanza irreale che abbassa il volume immigrazione-siciliaall’empatia. Molti pensano che, con la disoccupazione che c’è oggi in Italia, accogliere i migranti e dar loro lavoro sia una bestemmia. E invece dobbiamo capovolgere la prospettiva, comprendere che loro, per noi, sono una risorsa. Negli Stati Uniti, in Germania lo avevano capito. Mio nonno ha lavorato a Berlino, e i suoi capelli rossi lavoravano al fianco di folte capigliature bionde tedesche.Quindi adesso, qui, che cosa si può fare? Per dare giustizia a queste vite c’è bisogno di altre voci, di uomini che agiscono illegalmente, di “pescatori” contro il governo, che siano capaci di scuotere vite, di non lasciare uomini a mare, di portarli salvi a Lampedusa, in un’isola così piccola che sul mappamondo neppure si vede, o inSicilia, dove oggi non solo le mura son fatte con le ossa dei morti (Goethe), ma anche il mare.

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