Avrei voluto partorire un pesciolino rosso


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Il mio pesciolino rosso tu non lo potrai ricordare. Quando è morto eri piccola, eri poco più di una cellula che nuotava nell’aria, proprio quello che lui era stato per qualche giorno prima. Il mio pesciolino rosso ha vissuto in una bellissima bolla d’acqua e mangiava quando mangiavo io, dormiva quando dormivo io, e mi toccava quando io lo toccavo. Gli regalavo il mio calore accarezzandolo attraverso la mia bolla rosa, conca a metà. Gli avevo già dato un nome, ma lui non ha voluto vedermi crescere e m’ha lasciata, senza neppure aspettare il martedì per l’umido o il giorno dei RIFIUTI.

Tu non lo sai, io non lo so, tu mi manchi assai.

Ma come si può avvertire la mancanza di qualcosa o qualcuno che non s’è mai presentato? Come si può diventare una ragazzina che sbatte la testa contro il muro, talmente tante volte da abbatterlo quel muro e sempre quella che torna a casa con le ginocchia sbucciate e la camicia sporca di gelato al cioccolato. Quella che siede ai piedi del tavolo e pensa “col cazzo che me ne vado adesso”. Perché noi queste siamo: donne che si nascondono e crescono a metà.

E tu sei cresciuta così, a metà, tra la gioia di averti qui con me e il dolore di rivedere lui nelle tue lacrime, quei fiumi che scorrono quando ti faccio male e formano un laghetto nella fossetta che hai sulla guancia destra. Il mio pesciolino rosso so che ti ha mostrato un altro tipo d’amore, quello che porti dentro e che dura tutta la vita, quello che a volte ci vogliono un paio di generazioni per capire che non ci si deve per forza portarsi dietro quel rifiuto, quel piccolo dolore, quel gioco di sorrisi a denti stretti. Quell’amore che dimentichi di aver provato e che fuoriesce in odio e colpisce tutti.

Anche se una notte una piccola stronza fa di te una bambina puttana e sola- e tu forse un po’ lo sei stata- ubriaca e piena d’odio, sai di non essere stata invidiosa di niente e nessuno e se proprio devi che tu possa esserlo dell’altrui intelligenza e non degli altrui soldi. Se proprio devi, sii diversa. Anche se sei lenta, hai due gambe e un cuore grande. Io e le donne delle generazioni che ti hanno preceduto, siamo donne educate alla modestia e alla rassegnazione, a mettersi al servizio dell’ambizione del maschio della famiglia, fosse il marito, il fratello, il figlio non nato. Tu sei diversa. E il dolore lo trasformi in poesia.

Avrei voluto partorire quel pesciolino rosso e farlo giocare con te, avrei voluto crescere anch’io di più e raccoglierti quando ti nascondevi ai piedi del tavolo. A volte basta poco.

Io lo sto imparando. Tu, sono certa, l’hai sempre saputo.donna

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