Come le vedi tu le puttane?

donna ballerinaSono una che ha quasi ventisei anni, si, ventisei! Sono una che se parli con mio padre son ancora troppo piccola per prendere la macchina e viaggiare, da sola. Sono una che se chiedi a mia nonna, dinnanzi al marmo grigio e freddo, son già vecchia e l’età da matrimonio l’ho passata da tempo. Sono una che ha avuto due amori, veri, bellissimi, consumati, ma pochi son stati gli amanti, perché diciamocelo che non c’è trippa per gatti, o forse ce n’era un po’ troppo sul girovita.

Sono una che non riesce a decidere se un quarto di secolo sia troppo o troppo poco.

Sono una donna, ma questo l’ho sempre saputo, con le mie tette piccole e il mio culo rotondo, sono una che se vuoi ti mostra anche le palle e non solo con un bicchiere di tequila in più. Son fatta per fare e disfare le valige, per guardare un orologio alla stazione e sognare di non avere un luogo. Perché ci piace essere l’isola preferita di noi stessi.

Ci son quelli che se guardano una puttana guardano come prima cosa la gonna corta e luccicante, i trampoli ai piedi e il trucco sbavato, ci son quelle che invece la notte la fottono più delle lucciole, quelle che la vedono mentre galoppa a cavallo o aspetta paziente l’acrobata eseguire l’ultimo salto nella piccola fessura di fuoco, quelle come me, e la vita è tutta intorno ad un sipario in compagnia dei pagliacci. Oltre la polvere, oltre la luce dei lampioni tra serpenti e leoni, oltre tutto quello che una donna può regalare, anche solo per una manciata di scellini lei sa muoversi peggio dei burattini. La puttana è la donna di De Gregori, quella che butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno, giuro che lo farò, vestita d’oro e d’argento senza sentimento dona un’esplosione per ogni cannone.

Tutta sola verso un cielo nero nero s’incamminò. Tutti chiusero gli occhi nell’attimo esatto in cui sparì, altri giurarono e spergiurarono che non erano stati lì.

DONNAA quasi ventisei anni ho regalato poche volte l’essere-me-solo-me-ebasta. Ai miei amori gli si può chiedere come sorrido e rido, soprattutto in quelle sere ubriache e piovose, in cui ringrazi i tuoi tacchi alti che vestono le tue gambe così belle e molli, che se barcolli la colpa è dei centimetri in più che ti sei regalata. A mio padre gli puoi chiedere quale figlia sono, e lui ti risponderà che sono la seconda, quella virtuosa, perché in medio stat virtus. A mia nonna le puoi chiedere tutto quello che vuoi non ti dirà mai niente, e non perché riposa in pace o bestemmiando, perché lei era una sicilianista che non ha mai parlato il siciliano in vita sua, una donna di campagna con i piedi da città. Alle quasi ventisei candeline ho capito di avere altri ventisei modi di ridere-camminare-sognare-scopare e che la vita è troppo breve per non partire al fischio del capostazione e lasciare un’altra me stessa a fissare l’orologio tra il sipario rosso.

Alle quasi ventisei candeline ho capito di avere altri ventisei sogni.

 FUOCO
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